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Chrome, rimossa dallo store un’estensione che tutelava la privacy in navigazione

ClearURLs, l’estensione per browser che si occupava di garantire la privacy durante la navigazione è stata rimossa da Google dallo store di Chrome, generando un diffuso malumore tra gli utenti che ne facevano uso.

Il logo di Google Chrome

Durante la navigazione su web capita spesso di buttare un occhio alla URL bar (dov’è inserito il nome del sito che stiamo visitando) e di imbatterci in interminabili suffissi con codici incomprensbili. In buona parte dei casi si tratta di parametri extra che servono a molti siti web a veicolare alcune informazione sulla sessione di browsing a scopo di tracciamento.

Ed estensioni come ClearURLs servirebbero proprio a “filtrare” questo tipo di dato utilizzato, per esempio, da Google stessa, come riportato dal portale di informazione e di sicurezza informatica Bleeping Computer.

Stando a quanto riportato dallo sviluppatore del programma, Kevin Roeber, l’azienda di Mountain View avrebbe rimosso l’estensione dallo store di Chrome per ragioni non chiare.

ClearURLs, l’estensione rimossa dallo store: la polemica s’infiamma.

Google Chrome (Adobe Stock)

La polemica si sarebbe accesa proprio con le affermazioni dello sviluppatore di ClearURLs. Quest’ultimo ritiene le motivazioni date da Google, alla sua richiesta di riammissione, non ammissibili.

Dopo le rimostranze seguite al blocco dell’estensione, Google – come riporta Bleeping Computer – avrebbe risposto che la decisione sarebbe stata motivata dalla presenza di un campo descrizione eccessivamente ricco di dettagli e, quindi, in aperta violazione del regolamento dello store. Un eccesso descrittivo che renderebbe la descrizione del software fuorviante e con particolari irrilevanti.

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Ma a cosa si riferirebbe Google con eccessiva ricchezza di dettagli? Stando alle dichiarazioni dello stesso Roebert sul forum di discussione di ClearURLs su Github l’infrazione si baserebbe sulla mancata menzione nella documentazione di alcune funzioni dell’add-on (un’opzione di import/export delle impostazioni e un pulsante per le donazioni) e sull’eccessivo numero di persone elencate che hanno contribuito allo sviluppo (nel betatesting e nella traduzione).

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Motivi che per l’autore dell’estensione sarebbero finti e che celerebbero in realtà il danno che l’applicazione provocherebbe al business di Google stessa. Impedendo a Big G di monetizzare attraverso le attività di profilazione tramite URL.

In attesa che la vicenda trovi un epilogo e che Google convalidi o confuti le motivazioni dello sviluppatore è possibile seguire le novità sulla vicenda sul forum di discussione di Github di ClearURLs.

Francesco Celli

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